CARINOLARTE

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ARCHEOLOGIA

AGER FALERNUS

a cura di C. Di Lorenzo

L’Ager Falernus era  la parte nord-occidentale della grande pianura campana e si estendeva lungo la catena del Massico che ne costituiva il limite nord. Lo studioso del XIX secolo, Carlo Federico Weber, docente di filologia classica all’Università di Marburg, con il suo Dissertatio de Agro et Vino Falerno, fa uno studio molto approfondito del territorio e che rimane uno dei migliori,  sebbene l’individuazione  archeologica dei luoghi, al tempo, non sempre possa  ritenersi esatta. Secondo il Weber, il nome Falernus deriverebbe da Faler o Faleris, antichissima denominazione di quel piccolo fiume che più tardi i Romani avrebbero chiamato Saone o Savone. Con la parola Falerno si volle quindi indicare, non una città o un monte come vorrebbe il Pellegrino, scrittore e storico campano del XVII secolo, ma tutto il territorio circostante il fiume Savone e ciò che del territorio era specifico: il vino Falerno, prodotto tipico della zona, e la tribù Falerna o Falerina, popolazione indigena del territorio. Lo studioso tedesco fa notare che non era un caso isolato far derivare il nome da un fiume, ma una prassi. Nello stesso periodo, la tribù Ufentina derivò il suo nome dal fiume Ufente e quelle Aniense e Arnense dai fiumi Aniene (Anio in latino) e Arno. Prima della conquista romana, il territorio Falerno apparteneva al popolo Campano. La sua estensione descritta dagli studiosi non è sempre la stessa, ma risulta ora maggiore ora minore. Nella sua estensione massima, l’agro Falerno abbracciava, da nord a sud, anche l’agro Vescino, dall’altro versante del Massico, e giungeva fino al Volturno, linea di confine con l’agro Campano, di dimensioni minori rispetto all’agro Falerno. Da oriente ad occidente,  esso comprendeva il territorio  che dal monte Callicola, nei pressi di Cales, si estendeva fino al mare, ossia l’agro Caleno, il campo Stellate e l’agro Sinuessano. Esteso per seimila o tredicimila passi in larghezza e sedicimila o ventimila in lunghezza, l’agro Falerno costituiva la parte settentrionale della Campania Felix, circondato da una catena di monti continui che ne facevano riparo dai venti freddi di settentrione e da quelli più miti provenienti da oriente, mentre i campi e le colline si estendevano verso meridione, al sole e all’aria mite proveniente dal mare. La fertilità del suolo poneva l’Ager Falernus ai primi posti nelle mire espansionistiche della nascente potenza romana, in netto contrasto con la potenza sannitica. Una serie di eventi compresi tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a. C. determinarono la graduale occupazione del territorio. Lo storico romano Tito Livio  stabiliva come data fondamentale della costituzione dell’ager Falernus l’anno 340 a. C.: Qui populi Campani fuerat, usque ad Volturnum flumen plebi Romanae divitur (l’Ager Falernus che era stato del popolo Campano, è diviso alla plebe di Roma fino al fiume Volturno). Con tale riferimento si ha un primo ridimensionamento del territorio. Ancora  Livio affermava che nell’anno 318 a.C., due tribù, la Ufentina e la Falerina, furono annesse a Roma. Alla seconda tribù, come asseriva lo studioso Theodor Mommsen, furono iscritti i Sinuessani, i Cediciani, gli Urbani e i Foropopulensi. Mancano, dalla sua enumerazione, i Caleni. La romanizzazione dell’ Ager Falernus fu completata fra gli anni  312 a. C., con il prolungamento della via Appia o Regina Viarum, importantissima arteria viaria dal punto di vista strategico-militare, e il 296 con la costituzione delle colonie costiere di Minturnae e Sinuessa, attraversate dalla via consolare. A parte la centuriazione del territorio realizzata in epoche diverse, il Guadagno nel suo studio Storia Economia ed Architettura nell’Ager Falernus, faceva presente che l’ager Falernus romano corrispondeva a tutta la piana di Carinola, dalla citata catena montuosa al Savone o meglio all’antico percorso del Savo flumen. I confini riportati dal Guadagno sono i seguenti: l’asse inferiore era costituito dalla Via Appia  che aveva andamento rettilineo da Masseria Aceti fino a Masseria S. Aniello (Urbana); l’asse intermedio si identifica con una strada di campagna dal Mulino dei Monaci, sul Savone (Ciamprisco),  fino a Civitarotta (Forumpopilii); l’asse  superiore, sebbene scomparso andrebbe collocato sotto l’Episcopio di Ventaroli. Il territorio centuriato viene quindi racchiuso in due maglie quadrate di circa km 4 per lato, per una superfice totale di kmq 32, e sapendo che nella divisione antica furono distribuite quote di “… tre iugeri…aggiungendovi anche un quarto di iugero per la distanza…” (Liv. VIII, 11,14 in Guadagno pp. 22-23) si ha un totale di  3902 quote di mq 8200. Nel II secolo a. C.,  Roma, avendo sconfitto Cartagine, dominava tutto il Mediterraneo. Grazie ai bottini di guerra che affluivano nelle casse di Roma e ad un considerevole numero di schiavi che giungevano dalle terre sottomesse, si crearono le condizioni per un nuovo sistema economico, improntato sulla produzione agricola a manodopera schiavistica. Con la sua fertilità, l’ager Falernus divenne uno dei più importanti luoghi di attuazione di questo nuovo sistema economico. Furono realizzate numerose ville rustiche, disseminate lungo la zona pedemontana del Massico, da Falciano a Casanova, località queste in cui si produceva soprattutto il vino Falerno e l’ olio. Intorno alla produzione vinicola, poi,  ruotava un sistema economico collaterale legato alla produzione delle anfore da vino che, rinvenute in tutta l’area mediterranea, testimoniano che il Falerno veniva esportato in tutto l’impero.

Riferimenti bibliografici

P. ARTHUR, Romans in Northern Campania: settlements and land-use around the Massico and the Garigliano Basin, Roma 1991.

T. CONTI, In itinere – ricerche di archeologia in Campania, Cava dei Tirreni 2007.

G. GUADAGNO (a cura di), Storia economica ed architettura nell’Ager Falernus, Minturno 1987.

C. PELLEGRINO, Apparato delle antichità di Capua ovvero discorsi della Campania Felice, I, Napoli 1771.

W. JOHANNOWSKY, Problemi archeologici campani, Napoli 1975.

F. WEBER, Dissertatio de agro et vino Falerno, Napoli 1990.

U. ZANNINI, Indagini storiche archeologiche in Campania settentrionale: il territorio di Falciano del Massico, Caserta 2001.

LE VILLE RUSTICHE

Villa in località “I Greci”

Nella zona pedemontana a ridosso della frazione di Casanova, in località “I Greci”, vi sono i resti di una villa anch’essa oggetto di studio da parte di J. P. Vallant. Lo studioso francese affermava che la villa, di forma trapezoidale, era costruita in opera poligonale  e opera quadrata poco curata, e si estendeva su una superficie di 400 mq ca. Secondo il Vallant, si è di fronte ad un insediamento di modeste dimensioni, con apparato di produzione ridotto. Ad est della villa troviamo la cisterna, alta metri 1.30 e larga metri 1.50, a due arcate perpendicolari, che raccoglieva le acque del vallone ed assicurava il sostentamento idrico all’intera struttura. Orientata verso nord,  la struttura insisteva su più di una terrazza su cui sono visibili pochi tratti di muri. La prima terrazza presenta due tratti di muria in opera poligonale, molto distanti tra loro, che raggiungono una lunghezza di circa metri 22. Era verosimile l’esistenza di un unico muro in quanto i due tratti procedono sulla stessa linea. Perpendicolarmente al muro di destra, si trova un secondo muro, che doveva essere l’altra facciata della villa,  lungo m. 13, in posizione orizzontale e distante dal tratto di muro orizzontale circa m. 7. Il muro di sinistra presenta, invece,  l’unione di due setti di muria, quello orizzontale e quello verticale, per una lunghezza complessiva di m. 5.50. Interessante dell’intera struttura è proprio il sistema di cisterne che si estende per m. 9.50 in lunghezza e m. 8 in larghezza, ben visibile ancora oggi. In questa zona di recente è stato rinvenuto un pezzo in laterizio con un bollo che reca la sigla “Calclem”. La datazione della struttura oscilla in un periodo molto ampio. Si ipotizza che essa possa essere stata edificata intorno al I secolo a.C., ma non è possibile stabilire quando abbia cessato la sua attività.

Villa rustica località “Grangelsa”

Situata in posizione molto interessante dal punto di vista paesaggistico, la villa occupa buona parte del luogo in cui sorge il piccolo santuario della Madonna Grande ed Eccelsa, venerata in Casanova. Secondo lo studioso J. P. Vallant, la villa si estenderebbe in gran parte sotto la cappella attuale per un’ampiezza di m. 150 sul fronte e m. 20 di profondità.  La villa si articolava su due terrazze. Nella prima terrazza è ancora visibile un lungo muro di terrazzamento di circa 150 m. di lunghezza. La parte nord-ovest presenta blocchi in opera poligonale di m. 1 x 0,50 che sorreggevano le terrazze agricole ed in cui si innesta un tratto di mura in opera incerta grossolana. Nella parte centrale si aprono due strette arcate ravvicinate che fanno ipotizzare un criptoportico, ma potrebbero essere anche il tratto terminale di due canali, collegati ad una cisterna posta a circa duecento metri più in alto. Su questo stesso muro, a destra, vi è un’ altra cisterna. Sulla seconda terrazza sono disseminati blocchi lavorati di grosse  dimensioni di cui non si comprende bene la funzione originaria. Secondo il citato studioso Arthur,  questa villa era un fabbricato con terrazze della tarda età repubblicana inglobato, come si è già accennato, nella struttura di un monastero post-medioevale. Infatti, sebbene sia generalmente classificata come villa, la struttura potrebbe aver avuto una funzione diversa poiché presenta alcune caratteristiche non riscontrabili negli altri siti ubicati nel territorio. Il fatto, poi, che sul luogo è presente un santuario, potrebbe essere inquadrato in quel fenomeno di riutilizzo di strutture architettoniche preesistenti diffuso soprattutto in epoca tardo-romana e alto-medioevale. La parziale demolizione di un muro di terrazzamento ha portato alla luce  un terrapieno composto da un grosso scarico di fornace in cui sono stati ritrovati scarti di un’anfora finora sconosciuta, ossia imitazioni di “Hayes 8” in sigillata africana che fa datare il deposito al II secolo d. C.  L’intero complesso, alla luce anche di questo ritrovamento, andrebbe datato tra la fine del III secolo a. C. e la metà del II d.C.


“BELLE ARTI”

LA CATTEDRALE

a cura di C. Valente

La cattedrale di Carinola fu edificata nel secolo XII su impulso di Bernardo, canonizzato quale primo vescovo di Carinola, eletto da papa Vittore III. La chiesa fu dedicata al Battista e, successivamente, anche a San Giovanni evangelista. L’ubicazione della cattedrale, però, sembrerebbe essere stata influenzata da una precedente chiesa annessa ad una cella monastica benedettina, dedicata al culto di Maria, in seguito inglobata nella nuova cattedrale. Durante i lavori di restauro della chiesa, effettuati negli anni sessanta del secolo scorso, nella cappella di San Bernardo furono rinvenute le tracce del sacello, la cui origine si attesta tra il VI ed il VII sec.

Tali rinvenimenti consistono in una piccola abside, in una porzione della muratura soprastante e in alcuni tratti di raccordo con le scomparse pareti sud-est e nord-ovest. Di particolare interesse, poi, sono i brani superstiti di decorazioni musive che rivestono l’imbotte dell’arco esterno e lo spessore di quello che delimita l’abside.

Della prima cattedrale di Carinola si può ipotizzare l’articolazione in pianta, attraverso i frammenti delle fondazioni rinvenute a seguito delle citate operazioni di restauro novecentesche, condotte dall’arch. Margherita Asso. La prima cattedrale consisteva in un edificio di dimensioni discrete, con pianta basilicale a tre navate. Le navate laterali si affacciavano sulla centrale, presumibilmente, tramite sei arcate per lato su colonne in marmo di recupero (quattro delle quali utilizzate per il pronao cinquecentesco, altre cinque reimpiegate nell’interno e l’ultima posta in prossimità del campanile a sostegno di una statua recente della Madonna).

La navata centrale era di ampiezza pressoché doppia rispetto alle laterali, probabilmente senza transetto, con tre absidi semicircolari ed una probabile copertura a tetto, tipica delle strutture di culto del tempo (come lo stesso episcopio di Ventaroli) erette nelle diverse realtà urbane dell’Italia romanica. Verso la fine del XIV secolo la cattedrale subì un ampliamento radicale che lasciò visibili poche tracce dell’originaria chiesa. La realizzazione di una nuova cattedrale non è databile con certezza, ma ipotizzabile attraverso fonti storiche frammentarie. Uno dei primi interessanti elementi ancora visibili della prima chiesa sono i portali d’ingresso, in parte rimaneggiati, ma che nel complesso evidenziano ancora un lessico tipico del periodo romanico, filtrato da esperienze autoctone.

Dei tre, quello rimasto pressoché integro è il portale centrale. Nella trabeazione è incisa un’iscrizione celebrativa del secolo XII, che recita: Hoc opus ornatum specie solamine gratum quod non fama tegit Bernardus Eps Habetur (trad.: questa opera preziosa, creata per il  sollievo [dell’anima] che la fama non nasconde, è stata realizzata dal vescovo Bernardo). Sulla trabeazione della porta di destra, vi è un’iscrizione coeva a quella del portale centrale che recita: Auctor portaru Bernardus Eps – harum Regno donetur cui ianua XPS habetur (trad.: Autore di queste porte [fu] Bernardo vescovo. Sia concesso il Regno a colui che Cristo reputi porta). Della cattedrale di Bernardo restano tracce cospicue anche all’interno, nella serie di ambienti che si aprono lungo la navata di sinistra e nella ulteriore navata di destra, che ingloba un portico del XII secolo, realizzato al fine di collegare probabilmente la chiesa con il citato sacello. Quest’ultimo, dopo la morte del vescovo Bernardo, fu ampliato ed eletto a luogo dove accogliere le spoglie del vescovo e, probabilmente, anche quelle di San Martino.

Nello stesso ambiente sono stati rinvenuti brani di un affresco presenti sulla parete nord-est, raffiguranti intrecci di figure geometriche semplici ed articolate, policrome, la cui datazione avvalorerebbe la tesi dell’ampliamento del sacello avvenuto dopo la morte di Bernardo, comunque durante il XII secolo. Nel XVI secolo si realizzò il succorpo dove fu ospitato definitivamente il sarcofago di San Bernardo. L’arca marmorea, attualmente situata nella cappella rinascimentale, risale al periodo tardo-antico e con buona probabilità giunge da qualche mausoleo romano presente nel territorio.

La nuova cattedrale è, in sostanza, maggiore per estensione rispetto alla precedente. Presenta una pianta basilicale dotata di transetto, suddivisa in tre navate scandite da grossi pilastri in muratura con arcate ampie, leggermente acute e ripartite in altrettante campate, delle quali le centrali quadrate e le laterali rettangolari. La zona del transetto è sopraelevata ed il presbiterio è preceduto da un arco trionfale in pietra grigia del XV secolo, conformato secondo il gusto tardo-gotico, nella fattispecie di foggia durazzesco-catalana.

fig. 15

Superata la zona presbiterale si apre quella absidale a pianta pentagonale, preceduta da un alto arco ogivale che imposta su due colonne di spoglio in marmo cipollino (appartenenti alla prima cattedrale). L’invaso pentagonale è coperto con una struttura a semi-ombrello mediante l’impiego di un sistema di sostegno a costoloni che partono da fusti cilindrici angolari il cui slancio è interrotto da nervature poste nella zona mediana. Le esili colonnine angolari in pietra grigia hanno alla sommità dei piccoli capitelli, costituiti da facce umane (angeli ?) al centro.

Su queste, poi, impostano le nervature della volta. Negli angoli dell’arco di ingresso non partono da terra, bensì poggiano su colonnine sostenute da capitelli floreali pensili. Sulla parete frontale si apre una monofora ogivale. Le absidi laterali sono a pianta quadrangolare coperte con crociere acute costolonate. L’impostazione complessiva dell’ambiente del transetto presenta elementi tipici della cultura architettonica gotico-angioina, contaminata certamente da istanze locali. Alla facciata semplice a capanna fu apposto, per volere del vescovo Bartolomeo Capranica nel 1558, un pronao, utilizzando in parte elementi provenienti dalla cattedrale bernardina.

Si tratta di una struttura a tre archi a tutto sesto, di foggia tardo-gotica, che impostano su colonne monolitiche, spoglio di qualche edificio romano. Particolari sono i capitelli, realizzati per la prima cattedrale, dei quali due rappresentano stilizzazione del modello corinzio, mentre quello addossato alla parete di sinistra, pur essendo una rielaborazione corinzia, presenta nell’abaco teste umane e leonine. Il quarto è il più interessante di tutti dal punto di vista iconografico, in quanto presenta dei leoni convergenti all’esterno in un’unica testa angolare.

Agli inizi del XVIII secolo, come accadde per tantissime chiese di piccoli e grandi centri urbani, anche la cattedrale fu interessata da una serie di “ammodernamenti” barocchi. È da premettere, viste le foto prima dei restauri e le tracce lasciate, che il programma barocco della cattedrale di Carinola non è tra quelli meglio riusciti a livello di espressione artistica. Il progetto di abbellimento secondo il nuovo gusto estetico del XVIII secolo fu commissionato dal facoltoso vescovo Antonio Della Marra (1706-1717).

Contestualmente fu costruita la cappella, simmetrica a quella di San Bernardo, dedicata alla Madonna e San Gaetano, successivamente anche al SS. Sacramento. Una struttura legata funzionalmente alla chiesa, ma separata fisicamente da essa, è il campanile, che si presenta alquanto imponente. È di forma quadrangolare, posizionato a ridosso del palazzo vescovile. L’edificazione della torre campanaria dovrebbe essere contestuale alla nuova cattedrale. La sua ubicazione, invece, dettata da vincoli urbanistici. La torre campanaria si articola in cinque livelli, dei quali, il primo, realizzato utilizzando grossi blocchi di pietra calcarea provenienti da fabbriche antiche e, sul lato strada, tramite una cornice viene suddiviso in due in altri blocchi.

Sul lato strada sono inserite due epigrafi romane. Quella più interessante dal punto di vista archeologico è la grande, posta pressoché al centro. Questa, prelevata dal sito di qualche villaggio romano posto nella zona, contiene informazioni circa le vicende legate al modo di conduzione della terra. L’ultimo livello fu inserito nel secolo XVIII: presenta una pianta ottagonale ed è coperto con una cupola a cipolla maiolicata.

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IL CASTELLO

a cura di F. Miraglia

La struttura castellare – ovvero ciò che ne rimane – è una delle architetture più rappresentative della locale cultura costruttiva tardomedievale. In gran parte diruto, il castello di Carinola reca tracce significative di un volume su due livelli coperti con volte, del muro della sala di rappresentanza e, infine, del mastio.

Di forma compatta, si articolava intorno ad un corpo centrale fino al secondo conflitto mondiale, quando subì notevoli danni, divenuti irreversibili a seguito del sommario sgombro delle macerie, della demolizione di strutture allo stato di rudere e dell’apertura di una strada che lo lambisce, la quale, a sua volta, ha comportato il sacrificio di un tratto delle mura urbane che si saldavano ad esso.

In alcune foto degli anni trenta del secolo scorso, si presentava come un consistente edificio residenziale, su due livelli fuori terra e con una scala esterna posta ad ovest, che, per il “passamano” e per i gradini pensili, ricorda la scala d’accesso alla “Gran Sala” di Castel Nuovo a Napoli. Rimasto fortunosamente intero, sebbene molto degradato perché non soggetto ad opere di conservazione, è il possente mastio quadrangolare, su tre livelli fuori terra, che svetta sull’antica porta dell’Annunziata, a sud-est del fortilizio, a presidio del salto di quota che ricorda la presenza di un fossato scavato per ragioni difensive.

La realizzazione, negli anni 1980-81, sull’area un tempo occupata dalle strutture del castello, di un masso pavimentale in conglomerato cementizio, ha purtroppo coperto le superstiti tracce delle antiche murature basamentali; a questa azione si è aggiunta l’accennata rimozione delle macerie, senza nulla documentare e nulla recuperare, che tuttora impedisce una doverosa ed accurata ricognizione delle strutture.

Le scarse e lacunose notizie filologico-documentarie sul fortilizio ne ascrivono la fondazione al periodo normanno, sinora non suffragata da riscontri analitici, se non dalla forma quadrangolare del mastio, peraltro non esclusiva della cultura costruttiva normanna; oltretutto, come riferiscono diverse fonti, lo stesso è stato ampiamente ristrutturato in epoche diverse.

Interventi di riparazione del “castrum” di Carinola risultano nel 1272, ordinati da Carlo I d’Angiò. Nei registri della Cancelleria dei sovrani francesi il riferimento ai castra induce a ritenere plausibile che i lavori si riferissero anche al fortilizio, riguardando, altresì, la realizzazione del mastio, al disopra di un basamento realizzato in epoca anteriore, forse di impianto normanno.

Un preciso riferimento alla torre è invece rinvenibile nel diario del pellegrinaggio in Oriente del notaio Nicola De Martoni, che partì nel 1394 da Carinola per arrivare a Gerusalemme, e, dopo aver toccato decine di località, vi fece ritorno un anno dopo. A circa metà del viaggio, giunto a Fanari, nei pressi di Corfù, a proposito di un castello che colpì la sua attenzione, annotò che si trovava “su una montagna e sopra un alto tumulo, come se fosse tre volte la torre del castello di Carinola, inespugnabile da parte di chiunque”, a dimostrazione che castello e torre, nella tarda fase angioina, erano attivi e ben identificati nell’immaginario collettivo carinolese.

Nella seconda metà del Quattrocento il castello fu impreziosito di membrature di stilema catalano e ristrutturato secondo le nuove esigenze di difesa. Come ampiamente noto in letteratura, l’adeguamento delle strutture difensive in epoca aragonese avvenne ovunque nel regno di Napoli.

Una testimonianza sull’utilizzo del castello da parte di Giovan Francesco Petrucci, figlio di Antonello, segretario di Ferrante d’Aragona, è riportata nella voluminosa opera di Camillo Porzio scritta al volgere del XVI secolo: La Congiura de’ Baroni del Regno di Napoli contra il re Ferdinando. Del castello, al volgere del XVII secolo, danno descrizione anche due “tavolari”, Antonio Galluccio e Lorenzo Ruggiano, incaricati di stimare il feudo carinolese, riferendo puntualmente anche del sistema murario di difesa e delle porte urbane. Acquistato negli anni trenta del Novecento dal Comune di Carinola, l’edificio, già utilizzato come canapificio, era allora sede delle carceri mandamentali.

Partendo da quanto rimane di questa complessa struttura è possibile individuare almeno quattro fasi costruttive, riconducibili ad un arco temporale compreso tra il XIII ed il XV secolo.

La prima fase (“A” – XIII sec.) è riferibile al mastio il cui interno posto al secondo livello – l’unico oggi praticabile – è coperto con una volta a crociera a sesto ogivale, che presenta buone condizioni di conservazione. Un’analoga volta copre anche il primo livello della struttura, come si può constatare da un foro praticato nella stessa, attraverso il quale nell’ambiente, privo di aperture, è stato versato materiale proveniente da demolizioni, colmandolo. È probabile che il suddetto vano accogliesse una cisterna.

La seconda fase (“B” – XIV sec.) riguarda il corpo di fabbrica addossato alla fronte sud-ovest del mastio.

La terza fase (“C” – prima metà del XV sec.) informa della realizzazione dell’ambiente nord-est. Una lunga sala, pressoché distrutta durante gli ultimi eventi bellici, che reca tracce visibili di quattro volte a crociera a sesto acuto, delle quali all’attualità permangono soltanto i peducci del lato est, e di un altro ambiente ad essa sovrapposto, della stessa estensione, probabilmente provvisto di copertura a capriate. Sulla porzione superstite della crociera attigua all’ambiente a sud, si ritrova un muro, dello spessore di 40 cm circa, realizzato in falso, che introduce ad uno spazio-filtro tra i settori ovest ed est del fortilizio.

Un’ulteriore fase (“D” – seconda metà del XV sec.) può individuarsi nella realizzazione di una lunga copertura a botte a sesto ogivale lungo l’intera sala nord, innestata sulla fascia muraria delle fronti est ed ovest (quest’ultima non più esistente), che precedentemente ospitavano le quattro volte a crociera, anch’essa crollata. Con buona probabilità, la realizzazione della copertura a botte, la cui imposta è ancora individuabile sulla fronte est, attestata a 2,40 m e testimoniata dai resti degli evidenti aggetti del muro, si rese necessaria per sostituire le crociere ormai danneggiate, verosimilmente, dal terremoto del 1456, che colpì la Campania e le regioni circostanti con grande forza.

Fig. 5

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L’ANNUNZIATA

a cura di C. Valente

Il complesso dell’Ave Grazia Plena fu realizzato alla stregua delle strutture analoghe che si edificarono in tutto il regno, favorite dai sovrani angioini, a partire dalla grande sede di Napoli, realizzata tra il 1318 ed il 1343. Lo scopo di queste strutture, amministrate da laici, era garantire la cura e l’assistenza delle persone meno abbienti, nonché  accogliere i bambini abbandonati.

L’Annunziata di Carinola, come si apprende dai documenti, possedeva rendite particolarmente alte se rapportate alle condizioni economiche del territorio. Accanto al complesso vi erano, di sua proprietà, anche attività commerciali gestite dalla sua amministrazione. Il complesso era ubicato all’interno di un lungo spazio chiuso: ad Occidente dalle mura della città, ad Oriente dalle pareti tufacee del piano naturale che chiude la gola su quel versante, a Meridione e Settentrione, infine, da mura, all’interno delle quali si aprivano la porta dell’Annunziata e quella del Castello. Lo spazio oblungo ospitava anche il mercato settimanale.

Dell’ospedale oggi resta solo l’imponente ed artistico ingresso. Tra quest’ultimo e la facciata della chiesa è la piccola torre campanaria, la cui struttura originaria è coeva all’impianto della chiesa mentre l’ultimo livello, sormontato da una cupoletta a cipolla maiolicata, è un’aggiunta ascrivibile al  secolo XVIII.

L’impianto della struttura di culto è ad aula (tipico delle chiese angioine) con in testa uno spazio absidale, preceduto da un arco ribassato, a pianta quadrangolare sormontato da una volta a crociera ogivale dipinta. A destra dell’abside vi è un altro ambiente quadrangolare coperto con una crociera ogivale, che un tempo svolgeva la funzione di sagrestia. Accanto alla chiesa, con essa comunicante tramite un varco chiuso con cancelli, si trova la cappella un tempo della Confraternita dell’Immacolata Concezione di Maria, sodalizio laico di antica origine, riconosciuto con Real Assenso nel 1777.  Nel 1810 l’Annunziata e la sua amministrazione furono soppresse e le rendite accorpate alla Commissione Amministrativa di Pubblica Beneficenza della città. Nel 1833 la chiesa fu riaperta al culto, mentre l’ospedale iniziò un lento ed inesorabile declino strutturale. Nell’immediato dopoguerra, la chiesa fu sottoposta ad un completo restauro, ad opera della Soprintendenza ai Monumenti della Campania. Altri interventi di restauro furono eseguiti nel corso degli anni Ottanta del Novecento. All’attualità la chiesa, proprietà del Comune di Carinola, non è fruibile in quanto non agibile a causa dell’incuria di cui è responsabile soprattutto l’Amministrazione.

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PALAZZO MARZANO

a cura di F. Miraglia

Il palazzo Marzano, in virtù della sua corte di accesso al primo piano, di matrice catalana, è una delle architetture più interessanti di Carinola. Denominato anche “casa Martullo”, in riferimento agli ultimi proprietari in ordine di tempo – all’attualità proprietà del Comune di Carinola – citato dalle fonti storiche come abitazione, in origine era probabilmente più esteso.

Circa lo sviluppo in pianta del palazzo, ha interesse rilevare come in letteratura e nei documenti di archivio che informano sugli interventi di restauro, esso sia stato preso in considerazione sempre limitatamente alla corte quattrocentesca.

Questa analisi parziale ha generato, da quasi un secolo, un reiterato equivoco, che ha impedito indagini accurate sulle rimanenti porzioni del palazzo, considerate evidentemente prive di interesse ed ormai purtroppo in gran parte trasformate o crollate. Tra tutte, giova segnalare la corte minore, che ospita un interessante loggiato a doppio ordine, riferibile ai secc. XVIII-XIX, recentemente in parte crollato a causa del pessimo stato di conservazione.

Ritornando alla struttura quattrocentesca, taluni ne ascrivono la realizzazione alla mano diretta di artefici del rango di Guillermo Sagrera; molto più probabilmente, si tratterebbe di pur dotati epigoni del maestro maiorchino, che, mutuandone gli insegnamenti, ne hanno perpetuato in chiave locale le buone prassi, non mancando di istruire le maestranze autoctone.

La presenza a Carinola di artefici di provenienza catalana, che infusero la propria cultura costruttiva trasferendola anche alle maestranze locali, fu favorita da Marino Marzano – genero di Alfonso V d’Aragona – e lasciò tracce consistenti anche a Sessa Aurunca e Pontelatone, realtà urbane infeudate dalla sua potente famiglia.

La realizzazione di edifici come il palazzo Marzano e di altre strutture coeve nelle vicinanze, in un quadrante urbano fortemente caratterizzato da intraprese costruttive prima angioine ed in seguito aragonesi, coincise con l’unione tra lo stesso Marino Marzano ed Eleonora d’Aragona, figlia naturale del Magnanimo, avvenuta nel 1449; il matrimonio tra gli esponenti delle due genìe rappresentò senza dubbio l’occasione per la terra carinolese e per quelle vicine di impreziosirsi di diffuse testimonianze di gusto catalano. Le cruente vicende successive videro Marino Marzano scagliarsi vibratamente contro il cognato Ferrante e subire la perdita dei beni e la morte, pochi anni dopo la comunanza con gli Aragonesi.

I contrasti tra Marino e Ferrante, latenti, esplosero in seguito alla morte di Alfonso (1458) e alla conseguente ascesa al trono del figlio naturale. Il Filangieri, a tal proposito, fissa proprio nel 1458 il limite estremo dei lavori condotti dalle maestranze catalane sul palazzo Marzano, inducendo a ritenere che lo stesso fosse rimasto incompiuto e che il suo ampliamento fosse avvenuto in un periodo successivo alla dominazione aragonese. Considerazione, quest’ultima, accolta in questa sede e confermata dallo studio delle tecniche costruttive rinvenute nell’edificio.

Questi drammatici eventi e la scomparsa della potente famiglia Marzano, ad ogni modo, non fecero perdere al sito il carattere acquisito, che perdurò – seppure non più nelle raffinate membrature (in primis le finestre a bilanciere ed i portali a sesto ribassato inquadrati in cornici rettangolari) – con il rafforzamento e l’evoluzione delle prassi costruttive di matrice catalana.

La tipologia della casa a corte ricorre diffusamente nel patrimonio edilizio carinolese, in diverse configurazioni, offrendo testimonianze sia negli episodi più rilevanti – come appunto il palazzo Marzano o in misura minore il vicino palazzo Petrucci (noto anche come palazzo Novelli) – sia in quelli meno noti, ma altrettanto interessanti dal punto di vista tipologico e formale.

La corte – generalmente condivisa da più nuclei familiari – sfruttava l’orientamento, la massa termica delle strutture e la disposizione delle aperture, così da associare buone condizioni di abitabilità. Si basava su uno schema planimetrico minimo, che comprendeva l’androne e una scala posta su di un lato per l’accesso al piano superiore, quest’ultimo preceduto solitamente da una loggia; nei casi più compositi, lo spazio curtense era arricchito dalla presenza del giardino.

Il palazzo Marzano ha conservato – limitatamente alla corte quattrocentesca – sostanzialmente immutata la struttura originaria attraverso i secoli ma, a partire dal Novecento, ha subito diversi danni, causati da distruzioni belliche, eventi naturali ed interventi condotti senza seguire condivisibili criteri di conservazione.

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PALAZZO PETRUCCI

a cura di C. Valente

Il secondo edificio istituzionale della Terra di Carinola era il Palazzo Novelli, già Petrucci. Ubicato nel centro della cittadella, all’angolo della piazza dove si affaccia anche la cattedrale, a partire dal XVI secolo è ricordato come il palazzo della Principal Corte.

Interessante esempio di struttura residenziale con notevoli influssi d’arte catalana, la sua impostazione è precedente al periodo aragonese. Realizzato probabilmente nel secolo XIV, durante la dominazione angioina, con l’avvento della monarchia aragonese divenne proprietà di Antonello Petrucci, segretario di Ferrante d’Aragona.

A tal proposito, a testimonianza della presenza a Carinola del sovrano aragonese e del possesso della cittadella da parte del suo segretario, vi è una pergamena conservata nel repertorio dell’Università di Gaeta, redatta in Carinola il 15 luglio 1468, nella quale si stabiliva la “Gabella nuova tenuta dà Lumbulo, permutata con l’altra del quartuccio del grano e del vino”, sottoscritta da Antonello de Petrucci, segretario, e Berardino de Granis, facente funzioni di gran camerario.

Antonello, nonostante il prestigioso ruolo ricoperto all’interno della complessa struttura del potere aragonese, ad essere tra i fautori, insieme a due suoi figli, ai Coppola e ai Del Balzo della “congiura dei baroni” contro Ferrante.

L’epilogo della guerra contro il re aragonese, per quanto riguarda il Petrucci, fu l’arresto e la confisca dei beni. Il segretario ribelle, dopo alcuni giorni di atroci supplizi, perì e il suo corpo fu esposto al pubblico per l’oltraggio nel largo Mercato a Napoli. Da allora il palazzo di Carinola fu sede occasionale dei diversi signori che ebbero in feudo il territorio di Carinola.

La struttura originaria era abbastanza grande e particolarmente curata, vista la presenza anche di ambienti di rappresentanza con decorazioni toriche. Il fulcro del palazzo è la tipica corte interna su cui si affacciano i vari ambienti dei due livelli e una loggia che delimita il lato meridionale. Ad essa si accede tramite l’androne, che si apre sulla strada attraverso uno splendido portale catalano in pietra grigia e sulla corte con un arco ribassato sostenuto da due colonne con capitelli di foggia tardogotica.

A destra vi è lo scalone scoperto ad unica rampa, che trova similitudini con quello un tempo presente nella corte del castello baronale della cittadella e con esempi più aulici, come quello che conduce alla Gran Sala del Castel Nuovo a Napoli. La loggia, poi, è caratterizzata da un duplice sistema di arcate ogivali al livello del cortile (che rinvierebbero alla struttura originaria) e da un equivalente numero di arcate, a sesto ribassato, al piano superiore, tipiche della cultura costruttiva catalana. Un altro arco simile si apre sul versante occidentale.

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Dei numerosi ambienti costituenti il palazzo i più interessanti sono: la grande sala posta al piano terra, coperta con tre volte a crociera ogivali; il salone posto al piano superiore, che occupa quasi tutto il fronte strada; la splendida loggia angolare attigua a quest’ultimo, che si apre con due arcate sia sulla strada che sulla piazza della cattedrale.

Si tratta di un singolare esempio di architettura catalana, la cui origine è tutta legata all’ambiente in cui si sviluppava il palazzo. Essa, infatti, rafforzava la presenza del potere laico in uno spazio in cui, con grande enfasi, si affacciano la cattedrale, il suo possente campanile ed il palazzo dei vescovi di Carinola. Bellissime sono anche le varie finestre che decorano le aperture del piano superiore, espressione dell’estro creativo delle maestranze catalane, ben capaci di realizzare dei veri e propri “ricami in pietra”.

 

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CONVENTO DI SAN FRANCESCO

a cura di C. Valente

Il complesso di San Francesco è posto su una collina che prospetta sulla cittadella di Carinola lambita dalle strade, che da questa, conducevano al vicino abitato di Carani (uno dei tre borghi costituenti l’attuale frazione di Casanova).

Del convento, oggi sede dell’Ordine Francescano Frati Minori (O.F.M.), le prime informazioni documentate giungono a partire dal 1330 circa. Pertanto,  verosimilmente, si potrebbe affermare che esso sia stato fondato  qualche anno prima della sua citazione nel Provinciale ad opera del vescovo puteolano fra Paolino da Venezia. Altra notizia sul convento è riportata nelle Croniche di Marco da Lisbona (scritte tra il 1557 e il 1568) , dove si attesterebbe la presenza a Carinola e nel convento di San Giacomo della Marca, confessore di Ferrante d’Aragona, qualche anno prima della sua morte avvenuta nel 1476.

 

Secondo la tradizione, il luogo conserva la grotta che ospitò per breve tempo san Francesco durante il suo itinerario di visita ai luoghi francescani della Campania. Fra Francesco Gonzaga nel De origine seraphicae… del 1587, invece, affermava che il “poverello di Assisi” giunto a Carinola, si insediò in una struttura dedicata al Battista che, dopo la sua morte, gli fu intitolata.

L’edificio di culto si presenta con una pianta a navata unica, con l’aggiunta postuma di una seconda navata, più piccola, lungo il lato sinistro. La realizzazione di edifici ad aula è tipica delle strutture ecclesiastiche francescane. Il periodo di edificazione della struttura, poi, coinciderebbe con la diffusione della cultura artistica angioina a Napoli e nel territorio dominato dalla dinastia regale francese. L’impianto originario a navata unica coperta a tetti e la sua conclusione attraverso un’abside quadrangolare, anch’essa in origine coperta a tetti, rendevano la struttura alquanto semplice, nonostante l’aggiunta di quattro altari, tra i secoli XVI e XVIII, in prossimità della zona absidale. All’interno della chiesa spiccano, poi: l’arco trionfale a sesto acuto, che imposta su pilastri semicircolari con capitelli fitomorfi, il tutto in pietra grigia; la monofora sulla parete frontale dell’abside ad arco acuto e profilo polilobato, simile all’apertura posta nell’abside della cattedrale di Carinola, con nodi trasversali nella zona mediana e all’imposta che ne interrompono l’ascensionalità; le tre cappelle ricavate nello spessore della parete destra.

Il chiostro del convento e gli ambienti che lo circondano sono stati oggetto di profondi restauri durante gli anni Cinquanta del Novecento. Diversi ambienti al piano superiore crollati o pericolanti furono ricostruiti, come la cappella dedicata alla Madonna delle Grazie, che fu ampliata rispetto a quella originaria.

Il chiostro è a pianta quadrangolare, con un corridoio per lato, che si apre sul cortile centrale tramite cinque arcate ogivali. Le campate sono coperte con crociere a sesto acuto. Sotto le volte, lungo le pareti perimetrali, vi sono i resti di diversi affreschi ascrivibili al XVII – XVIII secolo e raffiguranti storie tratte dalla vita di san Francesco. Osservando le colonne che reggono le arcate del quadriportico si notano due fasi costruttive. Quella originaria, coeva alla chiesa, ascrivibile al periodo angioino, costituita dai lati che costeggiano la chiesa e la parte orientale del convento. In questa porzione le arcate sono sostenute da pilastri polistili in pietra di tufo grigio, con capitelli che presentano decorazioni che rievocano elementi naturali. L’altra, di epoca successiva, probabilmente frutto di una ricostruzione di quella parte crollata, presenta arcate sostenute da pilastri ottagonali in pietra di piperno, con le teste identiche alle basi. Su due lati del chiostro si aprono diversi ambienti, un tempo tutti con specifiche funzioni.

Nel refettorio, sulla parete di fondo, vi sono i cospicui resti di un altro affresco, anche questo interessante dal punto di vista artistico. Si tratta di un’opera rinvenuta durante i restauri novecenteschi sotto una piccola parete in muratura, raffigurante la salita di Cristo al Calvario con, oltre l’immagine del Salvatore e della Mater dolorosa con le pie donne e Giovanni, un gruppo di frati e vescovi santi francescani diretti dal “Poverello di Assisi” che regge l’estremità di un cartiglio. Il gruppo di frati esce dalla porta di una città affiancata da due torri merlate circolari. In simmetria con i frati, all’estremità opposta, anche se in quella zona l’affresco è molto rovinato, vi era un gruppo di francescane, guidate sicuramente da santa Chiara. Dietro la figura del Cristo si intravedono alcuni soldati in marcia e sullo sfondo, in una natura rocciosa e arida, vi sono due frati pellegrini e parte di un edificio, forse una chiesa o lo stesso complesso di Casanova. Al disopra di un altro promontorio, ai margini del dipinto, vi sono i resti di una scena che rievocherebbe la Flagellazione del Cristo. L’affresco è delimitato da una cornice dipinta, con decorazioni grottesche intervallate da clipei con figure di santi.

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BASILICA DI SANTA MARIA IN FORO CLAUDIO

a cura di C. Valente

La chiesa, nota anche come episcopio, è posta nelle campagne a poca distanza dal borgo di Ventaroli. Fu realizzata verso il secolo XI su una struttura di culto precedente, verosimilmente come sede episcopale successiva a quella del Forum Popilii e ubicata nel luogo dove si vorrebbe fosse esistito il Forum Claudii. Questo toponimo, però, non trova riscontri documentari certi. Nel luogo ove sorge l’episcopio, anche se rimane dubbia l’esistenza del Forum Claudii, sono stati rivenuti resti di strutture riconducibili al periodo romano e altomedievale. Diversamente, non si spiegherebbe la presenza di una struttura di culto, poi sede episcopale, di tale importanza. La struttura presenta una facciata a capanna che consente di comprenderne la sezione interna con l’organizzazione delle tre navate. La semplice facciata, al di là dei resti di un probabile nartece riferibile alla precedente basilica paleocristiana, presentava un interessante portale in piperno lavorato, riferibile ad intraprese del XVI secolo, purtroppo trafugato nottetempo nel 2007. Il colmo della zona centrale viene interrotto da una bifora, su cui imposta un campanile “a vela” con terminale a punta e due aperture simili a quelle sottostanti.

La chiesa, anche dopo il trasferimento della sede episcopale nell’XI secolo, resta un edificio di culto attivo e degno di attenzione da parte dei fedeli, almeno fino al 1722, anno di realizzazione della nuova chiesa parrocchiale nel piccolo centro di Ventaroli. L’interno, come accennato, è a tre navate divise da colonne, spolia di edifici romani, sormontate da capitelli corinzi, databili tra il II ed il IV secolo. Undici delle quattordici colonne impiegate recano incise lettere dal significato non chiaro. Dalle nude pareti esterne ed interne, poi, su alcuni conci di tufo compaiono svariate iscrizioni, un motivo floreale realizzato con un compasso, un pesce, una croce latina con i terminali svasati e la data 1547. All’interno della chiesa sono ammirabili numerosi ed interessanti brani pittorici, che vanno dall’XI secolo (ricostruzione dell’edificio sacro) al XVI, di particolare valore artistico. Negli anni sessanta del Novecento la chiesa è stata sottoposta ad un importante intervento di restauro, che le ha conferito l’immagine attuale, a danno di alcune stratificazioni storiche e strutturali, come la demolizione della cappella dedicata alla Madonna della Libera venerata nella chiesa sin dal 1656 ed il raddrizzamento delle murature laterali fuori piombo.

Il fulcro della chiesa è costituito dalla zona absidale, luogo in cui si celebra il rito eucaristico e quello che presenta l’affresco più importante. Nel catino vi è la Madonna dagli abiti regali, in trono, con Gesù bambino benedicente. Accanto alla testa della Vergine vi sono i monogrammi greci MP-OY (Mater Dei) e due grandi angeli osannanti. In alto, come è consuetudine, una serie di raggi rappresentano la luce emanata dallo Spirito Santo posto nel cerchio centrale. Il catino absidale è stato realizzato, con buona probabilità, nel XIII secolo. Nella fascia sottostante l’Arcangelo Michele, la cui impostazione ricorda quella dell’abside della basilica di Sant’Angelo in Formis,  separa gli apostoli. Questi sono disposti a gruppi di due. A destra dell’angelo vi sono Pietro ed Andrea, Tommaso e Giacomo, Bartolomeo e Simone; a sinistra Paolo e Giacomo, Giovanni e Filippo; chiudono l’emiciclo, separati, Matteo e Taddeo. Al disopra degli apostoli corre una fascia con all’interno una decorazione a meandri tridimensionali e, ancor più sopra, un’altra fascia con un’iscrizione dedicatoria oggi non completamente leggibile: Spir(itus in cel)is nos (que s)umus ut tuearis. Virgo prebe Petro non claudi carcere tetro (trad.: Lo spirito in cielo noi preghiamo affinché ci protegga. O Vergine concedi a Pietro che non sia afflitto dal carcere duro). Questa, con buona probabilità si riferisce al vescovo di Carinola Pietro, monaco cistercense, che nel 1239 subi l’esilio perchè si schierò contro l’Imperatore Federico II. Tale atteggiamneto gli costò l’esilio insieme agli altri vescovi antifridericiani. Il ciclo di Ventaroli potrebbe, in sostanza, dimostrare l’eterogeneità nell’arte pittorica della Campania settentrionale, anche quando sembra seguire linee espressive ben precise, attraverso il ciclo inaugurato dall’abate benedettino a Sant’Angelo. La raffigurazione del terzo registro, poi, consiste in una decorazione costituita da un misto di natura, astrazione e genere fantastico. L’elemento principale è una struttura a quinconce, ossia una composizione di quattro tondi attorno a un quinto connesso agli altri ancora attraverso bande intrecciate. Nei cerchi minori e negli spazi residui vi sono elementi floreali bianchi su fondo scuro. Nei cerchi centrali maggiori, invece, si notano figure fantastiche, dall’aspetto docile, un misto tra cavallo ed elefante, che trasportano delle torri. Queste immagini rientrano nel repertorio simbolico-figurativo tipico dei secoli XI e XIII e sono, per la maggior parte, rinvenute nei bestiari, opere che vedono nella Natura un insieme di simboli che rimandavano al Creatore tanto che, a volte, alcune qualità degli animali descritti sono modificate per meglio rispondere alle necessità simboliche.